Pallbearer - Foundations of Burden


Sometimes, write reviews should be considered useless. Of course on a review site, we deal with this, but there are CDs for which one word would enough: "listen it!". "Foundations of Burden" by Pallbearer is one of them. The Doom metal American band had already the opportunity to get noticed with the debut unusually mature of “Sorrow and Extinction”, also published on PROFUND LORE in 2012 . Recorded in a relatively primeval way “ Sorrow and Extinction” could already be considered a small masterpiece, proposing a Doom with a great evocative and emotional impact with beautiful tragic shades.

Today, with “ Foundation of Burden” we have the opportunity to assist at the greatfull pursuance of “Sorrow and Extincion”. Pallbearer are part of a characteristic mediation between the Old music and the years 70'-80'.

You can, however, say that Foundations of Burden is characterized by a pure Doom and a true, limpid metal style, slow and heartbreaking, without any excess. We have a rhytmic section (guitars, bass and drum) dense and compact that is substained by a great production (the “big step” in this album is the production, even if that raw sound in Exctinction and Sorrow was fascinating), a technical voice, but not exageratly too high, that also keep that “dirty” effect which is essential to Metal. This all is improved by tragic phrasings which give to the album a great epicness, but without recalling to Epic metal. Pallbearer are so Doom that in “Foundations of Burden” there’s no place for Heavy Metal. I can see a kind of affinity with Solstice from the good old times. When all the bands are trying to be as retro and 70's as possible, Pallbearer do not include Blues, except in the beautiful “The Ghost I used to Be”, that is a bit faster than the rest of the tracks. From the beginning of the album, which starts with “Words Apart” it’s a tornado of emotions: we might get sad with the line of bass in "Watcher in The Dark" and with the lonely and suffering voice in "Ashes", while harmonics in "Foundations" give the listener the true essence of suffering.

But what's most excting is that every song is about 10 minutes (except Ashes, but that's a semi-ballad) but they seems much shorter, about 2 minutes, and you could listen to them many times in a row. We had only one "Reverend Bizarre" but today, today we may be assisting the come of the new Doom's leader band.


So, what are you waiting for? Listen to "Foundations of Burden". [Translated By Francesca Boscaro]




Certe volte scrivere recensioni dovrebbe essere considerato inutile. Certo su un sito di recensioni ci si occupa di questo e uno in un certo senso lo "deve" fare, ma ci stanno dei dischi che l'unica cosa che ti vien voglia di dire è "ascoltatelo". Foundations of Burden dei Pallbearer è uno di questi. Il gruppo Doom metal americano aveva già avuto modo di farsi notare con il debutto inusitatamente maturo Sorrow and Extinction, uscito sempre su Profund Lore nel 2012. Registrato in modo relativamente primitivo Sorrow and Extinction era già a suo modo un piccolo capolavoro, proponendo un Doom molto evocativo dalle tinte tragiche dal grande impatto emotivo. Oggi Foundations of Burden assistiamo al grandioso proseguimento dell'opera iniziata con Sorrow and Extinction. I Pallbearer si inseriscono in un limbo strano di Doom che punta all'antico, senza però disdegnare soluzioni più moderne ed attaccarsi in modo eccessivamente pedissequo agli stilemmi anni 70/80.

Si può tuttavia dire infatti che Foundations of Burden è puro Doom, senza cazzate e nel senso più brutale del termine: puro Metal lentissimo e straziante. Una parte ritmica (chitarre, basso e batteria) densa e compatta sostenuta da una produzione impeccabile (il grande passo in avanti rispetto a Sorrow and Extinction sta in fondo proprio qua, anche se parte del fascino di quel disco risiedeva proprio nell'accennato "primitivismo"), voce tecnica, ma non esageratamente acuta, che anzi che mantiene quel sentore sporco che serve per fare Metal vero. Il tutto abbellito da fraseggi dalla venatura tragica e passaggi acustici che danno alla band un grande respiro, senza però dover chiamare in causa l'Epic. I Pallbearer riescono a essere così Doom, che in Foundations of Burden non si trova neanche spazio per l'Heavy Metal. Io ci vedo una grande affinità con i Solstice dei bei tempi andati privati della veracità Heavy/Epic per fare spazio alla pura drammaticità. Quando tutti fanno a gara per essere più retro e anni '70 possibile i Pallbearer negano ogni accenno al Blues, salvo uno dei rarissimi momenti di "velocità" che si concedono sulla magnifica The Ghost I Used To Be.

Dall'inizio del disco con l'ottima Words Apart è tutto un susseguirsi di emozioni, in particolare ci si commuove col basso di Watcher In The Dark e con i vocalizzi sofferti dell'intimistica Ashes, mentre i sofferti armonici di Foundations trascinano l'ascoltatore fino alle fondamenta del dolore. Quello che ti fa capire in modo definitivo la grandezza dei Pallbearer è il fatto che ti presentano un disco con tutte canzoni da dieci e passa minuti (a parte Ashes, che però è una sorta di semi-ballad) e non ti sembra che ne durino più di due e le ascolteresti dieci volte di fila. Di Reverend Bizarre ce n'è stato uno, ma forse oggi stiamo vedendo affacciarsi i degni eredi, i nuovi alfieri del Doom. Per questo, dopo tutto questo sbrodolamento, la cosa che mi sento di dirvi di più è ascoltate Foundations of Burden.


 Giorgio Gubbiotti


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