Abstracter - Wound Empire


Alle volte è bello tornare sui propri passi e riprendere gruppi che al debutto erano sembrati buoni, ma non eclatanti e che invece a tre anni di distanza tornano con lavori del tutto rispettabili e di alto livello. Questo è chiaramente il caso degli Abstracter e del loro evocativo Post Metal. De facto qua scrivo "Post Metal" un po' perché non so bene come classificare bene la proposta degli americani. In giro si vede un po' di tutto, del tipo che anche io quando scrissi la recensione del loro debutto Tomb of Feathers mi inventai una roba del tipo Atmospheric Sludge Doom/Crust, che forse rappresentava in parte le ambizioni di quel disco, ma non saprei dire quanto sia vera oggi. Non so se avete visto Birdman (se non l'avete fatto fatelo), ho trovato molto emblematica la scena in cui Riggan Thompson/Michael Keaton se la prende la critica del New York Times dicendole che è solo capace a classficare le cose senza descriverle veramente. Ecco questo credo anche io sia un grosso problema che alla volta si ha, anche quando si parla di musica. Quando queste categorizzazioni iniziano a diventare così lunghe si rischia solo di confondere solo il lettore senza fargli capire bene cosa possa essere la musica che la band propone: per questo a questa mandata ho deciso di tagliare corto col tentare di classificare gli Abstracter, perché forse è troppo difficile e comunque non ne viene niente a nessuno e soprattutto si rischia solo di fare un torto a un disco del valore di Wound Empire.
Infatti gli americani hanno saputo mettere bene a frutto i tre anni attesi tra il debutto e il secondo disco. Se da un lato Tomb of Featers si difendeva sotto altri aspetti era un disco leggermente insicuro, in cui si intravedeva una band con potenzialità, ma ancora indecisa sulla strada da percorrere. L'uso eccessivo della voce pulita danneggiava in parte il marasma nero che il gruppo buttava su quasi constantemente, mentre i passaggi Crust risultavano molto slegati dal resto. Ad oggi abbiamo invece che il Crust scompare del tutto lasciando il posto a un riffing che rimanda molto più al Doom più classico e allo Stoner. Su tutti mi sembra pesare una certa influenza degli YOB, seppur in versione molto più sporca come dicono alcuni qualche volta quasi tendente al Black Metal nei riff in tremolo, senza averne tuttavia le sonorità e restando a mio avviso una somiglianza perlopiù formale. Tutto questa senza farsi mancare gli arpeggi puliti e i riff di epica tragicità che erano i momenti più riusciti di Tomb of Feathers. Rispetto ad esso gli Abstracter riescono anche a mantenere più controllo delle canzoni, senza mai farsi sfuggire niente fuori posto e soprattutto proponendo brani lunghissimi senza mai rischiare di annoiare. In questo è magistrare il lavoro della batteria sempre pronta a cambiare i ritmi anche solo di quel tanto che basta a rendere sempre l'idea giusta dalla marchia funebre dei 4/4 alla furia disperata dei ride nei passaggi più movimentati. I clean vocals restano relegati senza possibilità di appello solo in fondo al disco, nel martirio finale di Glowing Wounds dove l'ossessività degli arpeggi la fa da padrone. Molto buono anche il lavoro di supporto del basso, che non sfuggirà per la ricchezza e le sfumature ad un ascoltatore attento. Gli Abstracter marchiano a fuoco il loro ritorno con un disco che mi ha sinceramente sorpreso assai, perché lungi dall'essere un semplice compitino per dimostrare che esistono ancora diventa un ottimo biglietto da visita per aspirare in alto.



ABSTRACTER
“Wound Empire”

01. Lightless
02. Open Veins
03. Cruciform
04. Glowing Wounds

Recensore: Giorgio Gubbiotti

SENTENZA: Catafratti



Share on Google Plus

About Edoardo Del Principe

YDBCN è un collettivo di persone disagiate che odia la musica
    Blogger Comment